09/04/2012 Pasquetta. Giorno di partenza e di terrore di code infinite. Vogliamo vedere la cima del Vesuvio e la reggia di Caserta, ma realisticamente non saranno possibili entrambe le opzioni. Guardando dal balcone, vediamo il cielo limpidissimo e la cima del vulcano, sgombra dalle nuvole, tinta di bianco! È nevicato ad Aprile sulla cima del Vesuvio. La scelta a questo punto è ovvia! L'arrivo alle falde della montagna è istantaneo, nonostante Pasquetta. La salita è splendida, l'aria è così tersa che vediamo alla perfezione Capri, Ischia e Procida. Possiamo finalmente goderci le foreste di pini illuminate dal sole. La temperatura diminuisce rapidamente al crescere della quota, al parcheggio ci sono due gradi e abbastanza vento. Lasciata la macchina, diciamo al guardiano all’ingresso che eravamo venuti lì quando pioveva, e che ci manda Roberto. Entriamo senza dover rifare il biglietto. È troppo scenografico vedere i cartelli con la scritta "Vesuvio" coperti da due centimetri di neve fresca, che non accenna a sciogliersi. Si sale su una strada di ghiaia rosso scuro, di derivazione lavica. Quando finalmente raggiungiamo la caldera, vediamo la conca innevata. Ci sono alcune fumarole da cui esce un filo di vapore. Il vulcano al momento sembra calmo, ma non si sa mai che cosa ribolla nelle viscere della Terra! Facendo il giro intorno al cratere, si vede dall'altra parte Sorrento e la penisola sorrentina. Dietro, la Costiera Amalfitana. Davanti a noi, Pompei Scavi. Tutto quello che abbiamo visitato in questi giorni si squaderna scintillante sotto di noi. Ma non c'è tempo per stare calmi a guardare il paesaggio, perchè c'è un vento che letteralmente porta via. A volte saltando in avanti ci si ritrova spostati di lato. La temperatura percepita è sicuramente sottozero, e le mani, intente a scattare foto, si congelano. Prima di tornare alla macchina, passiamo a salutare Roberto. La guida che avevamo incontrato il primo giorno è al capanno vicino all'entrata, e ci facciamo un'ultima chiacchierata napoletana. Con la coda in discesa, a causa di un pullman incastrato, ci giochiamo le speranze di dare almeno un'occhiata a Caserta. Arrivederci Napoli!
08/04/2012
Appena usciti dall'ostello, piove. È una costante degli ultimi giorni. Ci dirigiamo così a Capodimonte, il museo che pochi giorni prima Monti aveva definito "il più bello del mondo". C'è qualcosa di tutti gli artisti italiani dal '200 al '700: ci sono capolavori di Masaccio e Simone Martini, tele di Raffaello e Michelangelo, Perugino e Botticelli, Tiziano e Caravaggio. C'è anche un'opera impressionante di un'artista fiammingo, Brueghel, che rappresenta la parabola dei ciechi: 5 uomini dalle orbite vuote camminano inciampando l'uno nell'altro come tessere di domino. Ma Capodimonte è un museo dentro un museo: c'è una sala grande quanto un campo da calcio, ci sono appartamenti riccamente arredati. Il salotto di porcellana, in stile cinese, è una delle cose per cui la reggia è famosa. Forse Monti ha esagerato un po', ma non troppo. Non c'è paragone rispetto a musei come gli Uffizi, il Moma o il Louvre, ma Capodimonte non è, a mio parere, inferiore ad esempio all'Hermitage. Usciti, diamo un'occhiata ai giardini, mentre continuano ad alternarsi ogni cinque minuti acquazzoni e momenti in cui splende il sole. Tentiamo di scendere in città in pullman, ma ci dicono che a Napoli, durante le festività, il servizio viene de facto sospeso tra le 13.30 e le 18. In effetti durante tutta la fascia oraria in questione vediamo un numero di bus che si puó contare sulle dita di una mano. Dopo un breve tratto in taxi, andiamo a piedi fino al Museo Nazionale, passando sopra al Rione Sanità. Proseguiamo fino a Piazza Dante e quindi in Via Toledo, una delle più eleganti di Napoli. È pedonale, non c'è traccia di rifiuti e i negozi sono curati. Immediatamente a Est si trovano i Quartieri Spagnoli, in cui svoltiamo per farcene un'idea. Sono davvero zone popolari, ed è uno spettacolo vedere i panni appesi, come se fossero tante piccole bandiere tibetane che svolazzano soffiate dal vento. Agli angoli a volte ci sono statue sformate di ferro, che dovrebbero assomigliare a pesci e molluschi, che indicano la direzione. In alcuni punti meno accessibili ci sono dei murales straordinari. E, appena rientrati in via Toledo, si vedono edifici ricchissimi come Palazzo Zevallos, proprio di fronte alle zone più povere. Un contrasto che mi ricorda Rio. Saliamo quindi al Vomero con la Funicolare Centrale. Completamente interrata, è una metropolitana in salita che ci porta fino a Piazza Fuga. Chiediamo indicazioni per un buon punto panoramico ad un uomo nel gabbiotto della stazione, che ci consiglia gli spalti di Castel Sant'Elmo. Non facciamo in tempo ad uscire che una pioggia violentissima si abbatte sul selciato di fronte a noi, ricacciandoci dentro la stazione. Visto il nostro improvviso rientro, il tizio a cui avevamo chiesto un consiglio ci porta una fetta della pastiera cucinata da sua moglie. Solo a Napoli succedono ste cose! Iniziamo così una chiacchierata con lui e il collega che dura finchè spiove. Si parte dal calcio: fanno i complimenti alla Juve, reduce dalla riconquista del primo posto, per il gioco collettivo. Non ci serve un Ibrahimovic. Parliamo poi di Tav e anche di cosa caratterizza i napoletani. Ci chiedono se abbiamo mai visto in altre città sconosciuti parlare sui pullman così frequentemente come a Napoli. In effetti a Torino è raro, mi faccio regolarmente i fatti miei. Invece, in questi giorni, tutte le volte che ci guardavamo intorno per cercare qualcosa qualcuno ci precedeva, ci dava l'indicazione che ci serviva e poi iniziava ad attaccar bottone. Appena terminano le goccie di pioggia, iniziamo a girare per il Vomero, quartiere ben tenuto che assomiglia alla Crocetta, anche per alcune case in stile Liberty. È proprio l'opposto della zona portuale con gli edifici scrostati. Raggiunto Castel Sant'Elmo ricomincia a diluviare. L'ingresso è gratuito e comprende la visita ad un museo di arte contemporanea in cui sono raccolte le opere di artisti napoletani di tutto il Novecento. Non si puó certo dire che Napoli non abbia ammirato le Avanguardie! Di colpo smette di piovere, e ci possiamo godere dagli spalti un superbo panorama a 360 gradi della città sovrastata da un definitissimo arcobaleno. Solo il Vesuvio è costantemente avvolto dalle nuvole. Dopo esserci goduti questo spettacolo, ritorniamo in via Toledo passando per una lunghissima scalinata e attraversando nuovamente i Quartieri Spagnoli. Ci manca solo più la zona di Piazza Plebiscito, dove sono raccolti i monumenti più importanti di Napoli: la Galleria Umberto I, il Teatro San Carlo, Palazzo Reale. In piazza fervono i preparativi per la cerimonia di inaugurazione dell'America's Cup. Tenteremo di essere qui alle 21 per vederne almeno un pezzo. Andiamo alla Messa di Pasqua proprio nella chiesa di Piazza Plebiscito, riempita solo di turisti e abbastanza smorta. Volendo mangiare pesce ceniamo, sotto consiglio di un'amica napoletana, nella zona intorno a Castel Dell'Ovo, il Borgo Marinaro. Scegliamo "O' chiaiese", che espone fuori dal ristorante il pesce fresco pescato in giornata. I simpatici proprietari ci trascinano dentro ,alla moda napoletana, ma ne vale la pena. Prendiamo degli antipasti con assaggi di sette pesci diversi: gamberetti, polipetti, anche maruzzetti, dei molluschi deliziosi. Come primo, una pasta con pescatora, cozze e pomodori. Una cena eccezionale! Usciamo per le 21.30, in tempo perchè i lampi illuminino i bastioni di Castel dell'Ovo su cui si infrangono le onde, alzando spruzzi fino a venti metri. Ci rifugiamo in una pasticceria a prendere le Sfogliatelle, e fuori viene giù il finimondo, compresi chicchi di grandine che si spandono sul lungomare. In 10 minuti è finito tutto, e così ritorniamo in Piazza del Plebiscito, dove peró, forse a causa del temporale, è già finito tutto. Per una volta siamo vicini all'ostello, così ci torniamo in un attimo per crollare addormentati dopo un'altra giornata in giro tutto il giorno.
07/04/2012 Oggi finalmente si gira per Napoli. Andiamo innanzitutto alla stazione ferroviaria per comprare la carta che dà diritto all'ingresso ai musei. Vista la pioggia battente che continua da diverse ore e non accenna a smettere staremo all'interno il più a lungo possibile. Il tram passa davanti alle solite case "sgarrupate" della zona del porto: in effetti l'incuria è notevole e crepe e scrostature sono anche lunghe diversi piani. Perdiamo almeno un'ora, prima per comprare un caricabatteria, poi perchè, unica volta negli ultimi mesi (a dire dei napoletani) si rompe il treno della metropolitana su cui eravamo appena saliti. Non è proprio la vacanza più fortunata della storia. Così raggiungiamo il museo nazionale in pullman. La coda di fronte al palazzo è lunghissima, ma la saltiamo grazie alla carta che abbiamo appena comprato. Nel museo sono raccolte tutte le opere più importanti trovate negli scavi di Pompei ed Ercolano. L'elenco sarebbe infinito, lungo due piani pieni zeppi di opere d'arte. La Collezione Farnese è immensa. In una sala c'è Ercole a riposo, statua di proporzioni gigantesche. Una delle mie preferite è peró il "Gruppo del Toro Farnese", che rappresenta la punizione di un'ancella dell'Euripide: un cavallo cerca di trascinarla in una foresta, mentre un uomo tenta di imbrigliarlo. Ci sono statue di Bacco che regge grappoli d'uva, i Tirannicidi, Artemide. Non c'è purtroppo il Cave Canem, antenato romano dell'"Attenti al cane" odierno, con tanto di rappresentazione del cane ringhiante. C'è invece il famosissimo mosaico di Alessandro e Dario, rappresentato in tutti i libri di storia. C'è un vaso incredibilmente decorato costruito con un doppio strato di vetro. Quello interno è blu scuro, quello esterno, finemente intagliato, è bianco. È un capolavoro. Infine la stanza chiamata "gabinetto segreto". Segreto perchè era il "vietato ai minori di anni 18" dell'epoca. Sui muri ci sono giganteschi falli di legno, con dipinti "porno" di Priapo, fauni e ninfe. Sembra che all'epoca si tentasse di riprodurre le posizioni rappresentate sulle pareti, e che chi non aveva abbastanza soldi da farsi affrescare una camera andasse in edifici apposta. I motel dell'epoca! Pranziamo a Intra Moenia, un caffè letterario (nel senso che c'erano libri sugli scaffali) in piazza Bellini, nel centro storico. Prendo un insalata caprese con una gustosissima mozzarella di bufala, come la fanno qui. Andiamo poi a Santa Chiara, conosciutissima per il chiostro maiolicato. È effettivamente magico vedere questi pilastri decorati da fiori e decine di metri di panche dipinte con colori vivacissimi. Ci sono scene di vita quotidiana, in un giardino lussurreggiante pieno di piante di arance e limoni. Vista la pioggia che continua a perseguitarci, ci rifugiamo nella linea 1 della metropolitana. Entriamo a "Università", la fermata più moderna decorata da artisti contemporanei. La pavimentazione e i muri sono ornati di futuristiche figure geometriche, mentre sui piani ci sono alcune opere, come un pilastro modellato in modo da sembrare un volto visto di profilo da qualunque angolazione lo si osservi. Correndo sotto la pioggia e il sole contemporaneamente, con l'arcobaleno nel cielo, riusciamo ad essere per le 18 in Piazza San Gaetano: appena in tempo per "Napoli Sotterranea". Le visite guidate sono organizzate da un'associazione di giovani che cerca di valorizzare i 400km di gallerie sotto la città. Si trattava di una rete di acquedotti scavata dai greci nel tufo con cunei di legno, usata per migliaia di anni e infine chiusa nel 1870 per un'epidemia di colera. La nostra guida è una ragazza di 22 anni che studia lingue, e infatti si fa un discreto mazzo per spiegare tutto in italiano e in spagnolo. Scendiamo fino a 40 metri sottoterra. Ci sono dei camminamenti su cui lavoravano i pozzari, uomini piuttosto piccoli il cui compito era di tenere pulito l'acquedotto. Siccome potevano accedere alle case passando dai pozzi, la leggenda narra che entrassero la notte nelle case di tutti rubando e seducendo le mogli dei malcapitati. In una delle stanze successive vediamo letti, culle e giocattoli. Erano delle famiglie che si erano stabilite direttamente nei cunicoli usati all'epoca della Seconda Guerra Mondiale come rifugi antiaerei. Arrivando fino ai giorni nostri, la nostra guida ci spiega che era stato commissionato un concorso di idee a celebri architetti riguardo al riutilizzo di questi tunnel. Era stato proposto di istituire un gigantesco parco giochi o di riempire di nuovo d'acqua le gallerie in una sorta di Venezia sotterranea. Giudicati irrealizzabili, vince il progetto di serre in cui coltivare piante con la luce artificiale, esperimento della facoltà di Agraria della Federico II. Finiamo il giro vedendo i sotterranei dei resti di un teatro romano: le pietre, disposte obliquamente, erano state pensate dagli ingegneri romani come prima struttura antisismica della storia. All'uscita, in una delle pizzerie vedo le immagini di Palermo-Juve. Mi precipito dentro, chiedo il risultato e mi informano che siamo primi in classifica. Non riesco a trattenere un'esultanza, e mi guardano malissimo. Riesco a salvarmi forse perchè dico che l'anno scorso tifavo Napoli contro il Milan! Dopo una veloce pizza e una fetta di pastiera torniamo all'ostello, vedendo tutti i napoletani a guardare le partite sui maxischermi per le strade, lanciando grida fortissime ogni volta che il Napoli si avvicina alla porta della Lazio. Credo che il tifo come lo intendono qui sia quanto di più simile si possa trovare in Italia al modo di tifare in Brasile.
06/04/2012
Visto che in un giorno solo vogliamo vedere la Costiera Amalfitana togliamo la macchina dal garage, opzione sconsigliata da tutti. Peccato che raggiungiamo la Costiera in una quarantina di minuti, mentre coi mezzi pubblici chissà quando saremmo arrivati. Dall'autostrada verso Salerno notiamo che il Vesuvio è completamente avvolto dalla nebbia, sembra che per l'intera giornata di oggi sia sconsigliato salire. La prima tappa è Vietri, il paesino della Costiera arroccato sulle montagne famoso per le sue ceramiche. Lasciamo l'auto sulla statale appena fuori, risalendo un pezzo. Il centro abitato ha strade strettissime sulle quali si affollano negozi di ogni genere. I più caratteristici sono appunto quelli di ceramiche, contraddistinti da insegne una più bella dell'altra. Ci sono battaglie navali, vendemmie con ragazzi che pestano l'uva, rappresentazioni di processioni. A Vietri, e poi scopriró in tutta la Costiera, tutte le indicazioni, come i nomi delle strade, i numeri civici e le distanze chilometriche, sono dipinte su ceramiche decorate con limoni e scene di vita quotidiana. Tra un negozio e l'altro ci sono anche bancarelle che sono la parte posteriore di biciclette di legno. Ritorniamo alla macchina e in un attimo arriviamo a Cetara, paesino questo di fronte al mare. Lasciamo l'auto vicino a una piazza in cui diversi vecchi sono intenti a chiacchierare seduti su panchine blu di ceramica, di fronte ad una sottile spiaggia. Entrati nel centro storico, "plachiamo la fame" con golose delizie al limone, nelle quali il sapore di agrumi è fortissimo: come puó essere diversamente in un posto dove tutti gli spazi disponibili sono coltivati a campi di limoni? Mangiamo le Delizie in un'altra piazza, in cui ci sono degli anziani che giocano a carte a un gioco che, dicono, conoscono solo qui a Cetara. Uno di loro ci manda in un posto in cui comprare la colatura di alici, un'essenza ottima per i condimenti, ottenuta pestando con una pietra le alici raccolte in una botte. Diremo che ci manda "il Comandante". Compriamo anche il pesto cetarese e un barattolo di alicette piccanti. Dopo aver pagato, viene a salutarci tutta la famiglia dell'anziana signora proprietaria del negozio: due genitori e quattro figli! Prima di lasciare anche Cetara, una curiosità: le pescherie conservano i pesci in contenitori che sono la stiva di barche in miniatura. Andiamo via un po' a malincuore, la mancanza quasi totale di turisti aveva reso molto particolare questo posto. La strada verso Ravello è decisamente stretta e tortuosa, diverse volte siamo costretti a fermarci per lasciar passare altre macchine nella direzione opposta. Il percorso è intervallato da diversi faraglioni e pendii scoscesi. Ad un certo punto vediamo addirittura una casa appesa alla roccia che la sovrastava. Arrivati in paese pranziamo subito. Butto l'occhio su un posto, Cumpà Cosimo, che era anche segnalato dalla guida. È accogliente, e con prezzi normali. Prendo i gnocchi alla sorrentina, cioè conditi con pomodoro, basilico e mozzarella. In uno dei tavoli vicino al nostro c'è un gruppo di americani. A capotavola siede un italiano che sembra intenzionato a dare il meglio di sè. Alla fine del convivio, si alza dal tavolo invitando tutto il ristorante a cantare "Tanti auguri a te" ad uno degli ospiti. Poi fa il giro dei tavoli chiedendo di che nazionalità sono le persone sedute, e infine per chiudere in bellezza si mette a cantare canzoni napoletane, con le turiste americane che lo guardavano estasiate (una coppia di irlandesi lo guarda malissimo, ma vabbè)! Finito pranzo raggiungiamo la piazza principale del paese, sovrastata dal Duomo in stile arabo-siciliano, e assistiamo ad una scena che neanche Tom e Jerry. Un cagnetto insegue un gatto che prima gli tira una zampata, poi si rifugia sulla cima di un cornicione della Chiesa guardandolo sprezzante dall'alto in basso. Continuiamo a sentire finchè il cane che abbaia finchè siamo troppo distanti. Entriamo infine in Villa Rufolo, famosa per i giardini dai quali si vede un panorama perfetto sulla costiera. Mi sembra peró che la vista sia un po' rovinata dai teloni neri che ricoprono, non so perchè, tutte le coltivazioni di piante di limone che si stendono a perdita d'occhio. Prima di tornare all'auto, facciamo in tempo a vedere il cagnetto di prima che insegue tutti i piccioni della piazza! Ad Amalfi lasciamo la macchina in un parcheggio sul molo, un po' distante dal centro. La prima cosa che vediamo è un fabbricante di modellini navali estremamente realistici. I tavoli delle sale da pranzo sono ricavati da monete da 1 cent! Ci dirigiamo verso il centro. Le case bianche di Amalfi, in alcuni punti, si confondono con la roccia a cui sono abbarbicate. A differenza delle chiesupole dei paesi precedenti, qui il Duomo è riccamente decorato con pietre di vari colori, a testimonianza dello splendore passato della ex-repubblica marinara. C'è anche un chiostro con dei bellissimi mosaici. Ci fermiamo nella pasticceria vicino al Duomo per mangiare una piccola Pastiera, tipica proprio del periodo di Pasqua, e delle Sfogliatelle: una alla ricotta, più caratteristica, e una alla panna (Coda di Aragosta). Con la pancia piena ci rimettiamo in viaggio verso Positano. Sulla strada questa volta incontriamo niente meno che il Fiordo del Furore. L'acqua penetra in uno scosceso burrone di roccia, con poche piante che hanno il coraggio di resistere abbarbicate al pendio. La Costiera vista in controluce è da qua uno splendore. A Positano ci dà il benvenuto un presepe scavato nella pietra. Si riconoscono la capanna di Gesù Bambino, alcune case e dei ponti, ma il presepe vero e proprio viene solamente allestito per Natale. Positano, celebre in tutto il mondo, è arroccato in un teatro naturale: la scena è una spiaggia sabbiosa con stabilimenti balneari, il proscenio è il centro con negozi di vestiti di stile Positano, le gradinate sono il resto della cittadina che si scala passando da strettissimi vicoli e scale serpeggianti con centinaia di gradini, tra gatti e indicazioni dipinte sulla ceramica. Sulla strada per Sorrento incontriamo quasi solo hotel a 4 stelle, a ricordarci i frequentatori del luogo; spingendo il nostro sguardo verso Napoli, vediamo il Vesuvio sempre e inesorabilmente avvolto da nuvole nere. Raggiunta Sorrento, dove l'obiettivo è mangiare nel ristorante consigliato dalla guida (ovvero da un'amica di famiglia), ci imbattiamo in un primo ostacolo: la strada è sbarrata dalla processione. Soprattutto al Sud, ma non solo (la più grande al mondo si svolge a Barcellona, poi c'è Sorrento), in occasione del Venerdì Santo, cioè in ricordo della morte di Cristo, i paesi sono attraversati da file di persone incappucciate di nero che portano vari simboli del Calvario, come la croce. Le processioni sono precedute dalla banda e terminano con un gruppo di incappucciati che portano il feretro di Gesù. La strada è costellata di lumini, appoggiati anche sui balconi delle abitazioni, e la gente è raccolta sulle strade e sulle terrazze in religioso silenzio. Sembra che ci siano proprio tutti ad onorare una tradizione che, a mio parere, trascende il suo significato religioso per essere anche un simbolo di eguaglianza sociale. È da Mastro Don Gesualdo in poi che le processioni uniscono tutti, ricchi e poveri, spesso nel pettegolezzo descritto alla grande in "La Mennulara" di Simonetta Agnello Hornby. Che fortuna essere andato a Napoli in questo periodo! Entriamo quindi al ristorante "O' Parrucchiano", che in realtà sembra di più una serra vista l'enorme quantità di piante di ogni tipo dappertutto, piante vere e non di plastica! Con paccheri ai polipetti e cannelloni si conclude la nostra giornata infinita passata ad esplorare la Costiera Amalfitana.
05/04/2012 A Napoli, al terminal della ferrovia Circumvesuviana, il sole fa capolino dietro una nuvola. Sembra che il tempo sia in miglioramento, come previsto, e che la scelta di salire sul Vesuvio sia azzeccata. Quando il treno arriva a Pompei il cielo è nuvoloso, ma non minaccia acqua. Così paghiamo l'esoso biglietto per salire e, non appena arriviamo all'altezza a cui si vede la terra nera, una pioggia torrenziale, assolutamente inaspettata, si abbatte sul vulcano. Una nebbia che avvolge tutto la segue immediatamente. Non riusciamo a vedere più lontano di 20 metri, in un posto in cui aveva senso andare soprattutto per il paesaggio. I miei salgono fino al cratere; io, in maglietta e senza ombrello, mi fermo alla capanna 100 metri sotto. Quando tornano, dicono che non hanno visto niente del cratere. I responsabili del parco ci consentono di usare gli stessi biglietti il giorno successivo, diremo che ci manda Roberto. Dicono che non potevano sapere che il tempo sarebbe peggiorato così improvvisamente. Resta la delusione di più di mezza giornata completamente persa, domani che il tempo dovrebbe migliorare verremo in macchina. Resta anche la sensazione di essere stati almeno in parte fregati, anche se sembravano persone oneste. Che senso ha mandare comunque su i turisti se il tempo peggiora? Quando ritorniamo a Pompei, il tempo è migliorato, esce anche il sole e si vede la cima del Vesuvio sgombra dalle nuvole. Proprio l'istante in cui siamo saliti è stato il peggiore. Pur pensandoci, non possiamo non concludere che non poteva andarci peggio. Cos'altro poteva girare storto? Sperando che la dose di sfiga sia esaurita per la giornata, prendiamo uno spuntino ad uno dei bar vicini agli scavi e ci rechiamo al sito archeologico. L'area è immensa, c'è una quantità enorme di case, templi e... turisti. Non oso immaginare cosa sia Pompei d'estate, con l'afa e il doppio delle persone. Iniziamo il giro dal foro; si vedono i capitelli del tempio di Apollo e della basilica e subito dietro il piatto profilo del Vesuvio. Prima ancora di continuare a girare per Pompei, usciamo dall'agglomerato di edifici dirigendoci verso Villa dei Misteri. È una delle più famose, soprattutto per i mosaici dedicati proprio ai misteri dionisiaci. Ci sono baccanti, fauni e altre figure mitologiche che sembrano prendere vita dai muri della casa. Ritorniamo per i campi ormai verdissimi, tra pini marittimi, ginestre (La Ginestra!) e rovine dappertutto. Vedendo le case all'interno di Pompei, mi colpiscono i calchi conservati in teche di vetro delle persone sepolte dalla cenere. A volte sembra che stiano dormendo, altre sono inginocchiate, in generale sembra che abbiano un'espressione disperata. Ci sono terme con vasche enormi, porticati infiniti, labirinti di muri alti poco più di un metro, capitelli finemente decorati, altri affreschi con cacciatori e filosofi. Più si fa sera, meno gente c'è in giro, più si sentono distintamente i canti degli uccelli, più sembra che questo posto prenda vita. Minuto dopo minuto la città diventa sempre più affascinante e accogliente. Resta solo più da visitare l'Anfiteatro. Entriamo nella scena. È un ovale abbastanza grande. L'accesso alla parte superiore sembra vietato, ma ci sono diversi bambini con i genitori che corrono sui prati circostanti, dove una volta c'erano gli spalti. Mi isso su con mio fratello attraverso una specie di botola, e ci arrampichiamo fino agli spalti più in alto. Da lì c'è una vista superba sul golfo, sul Vesuvio, sulla natura e sulle rovine tutto intorno. Il momento sembra idilliaco, con la colonna sonora del canto degli uccelli, fino a quando vediamo un uomo che si fa strada sugli spalti. Caccia via la gente, e immagino sia il custode. Quando ci raggiunge, sbraita che è vietato star lì, e che tutte le vie d'accesso erano transennate. In effetti dall'esterno c'erano dei pali messi di traverso, alti due piedi, ma non eravamo passati da lì. Con un modo di fare da Gazza, il guardiano di Hogwarts, ci ingiunge di seguirlo, e minaccia di chiedere nome e cognome. Lo seguo da una certa distanza, e appena si gira scappo giù da una delle scalinate nascondendomi sotto le arcate sottostanti. Mi sento molto James Bond! Mi allontano un po' dalla zona, ma lo incontro di nuovo in uno dei tunnel dell'Anfiteatro. Faccio finta di niente ma quello, evidentemente offeso, mi dice che ha bloccato le vie di fuga e che aspetta tutti quelli che si erano avventurati sulle gradinate all'uscita, per farsi dare nome e cognome. Trattenendomi dal ridere, gli dico che saró lì più tardi. Dó appuntamento ai miei alla stazione della Circumvesuviana, e taglio dall'interno della cittadina dirigendomi verso l'altra uscita. Ora sono veramente uno degli ultimi turisti di Pompei, gli unici che vedo sono i colleghi di Gazza ai quali per altro chiedo indicazioni. Esco dalla parte di Porta Marina, e nessuno mi chiede nulla. Quando arrivano i miei alla stazione dicono che il guardiano era all'uscita dell'anfiteatro a scrutare i passanti! Essere scambiato per ladro di reperti ha sicuramente aggiunto un po' di pepe alla giornata! Ci dirigiamo verso Vico Equense, cittadina con un locale che vende la pizza al metro. Il treno delle 19.17 è soppresso. La corsa delle 19.36 arriva con 10 minuti di ritardo. Una signora campana si lamenta chiedendo se è diventata questa la Circumvesiana. In effetti questa mattina c'era gente che protestava con dei microfoni, chiedendo un servizio efficiente. Sembra che fino all'anno scorso la ferrovia fosse un eccellenza della Campania, con rispetto degli orari da Nord Europa, ma che ora metà dei treni siano in deposito perchè non ci sono soldi per le riparazioni. Sono quindi costretti a sopprimere alcune corse e non riescono a far arrivare i treni in orario. Una decina di minuti e siamo a Vico Equense. Salendo per le vie tortuose, raggiungiamo l'Università della Pizza. Viene venduta a centimetri: ne ordiniamo 30 di pizza con le salsicce, 30 con le acciughe e 30 di pizza ai cipollotti. Viene cucinata stendendo tutto l'impasto su lunghissime assi di legno. Come in una catena di montaggio un altro cuoco sparge i condimenti e un altro ancora cuoce le pizze in giganteschi forni a legna. Vengono consegnate alla fine in contenitori di carta di notevole lunghezza. Quando facciamo per sederci ad uno dei tavoli, un cameriere ci dice che sono quelli del ristorante accanto. La pizza era da asporto, e la dobbiamo mangiare fuori. Con 2 bottiglie di birra e le scatole di cartone con le pizze calde ci sediamo sulle scale di un condominio, attirandoci le occhiate dei passanti. Dopo tutta la giornata in giro sembriamo effettivamente dei barboni. Torniamo a Napoli con l'ultimo treno delle 21.48, per fortuna non soppresso. Nel viaggio facciamo conoscenza con un giovane di Torre del Greco, che lavora in un call center; da quello che dice dev'essere uno di quelli della Telecom che ci assillano con una telefonata a settimana per vendere le promozioni. Ci racconta che un suo amico è andato a vivere a Londra, lavorando come cuoco, ma che lui non se la sente e vuole restare in Campania. Ci racconta anche della ragazza con cui si è mollato. Non si puó dire che la gente del Sud non sia espansiva! Ritorniamo alla fermata della Circumvesuviana a Napoli, dove speriamo di prendere un pullman o un tram. Peccato che, alle 22.30, non ci sia più un mezzo pubblico nella direzione verso cui dobbiamo andare, tenendo anche conto del pullman che doveva arrivare e che è misteriosamente sparito dal display. A Torino una cosa del genere non era mai capitata. Siamo costretti a tornare all'ostello in un taxi al cui interno è appeso un santino, sarà di San Gennaro?
04/04/2012 In un film un milanese andava a Napoli col giubbotto antiproiettile; noi ci limitiamo a lasciare, al nostro arrivo, la macchina in un garage custodito! Sono state 9 ore di viaggio ininterrotto: Torino-Genova-Firenze-Roma-Napoli. Viaggiare in Italia mi mancava. Si vedono un campanile, un castello, le colline toscane cariche di cipressi o borghi medioevali arroccati sulle colline ai margini dell'autostrada una volta ogni 5 minuti. L'ostello è di fronte al garage. È al settimo piano di un edificio dai muri abbastanza scrostati, e per raggiungerlo o si va a piedi o si usa un ascensore... a pagamento! L'interno non riflette l'esterno "sgarrupato", ed è un luogo accogliente estremamente internazionale: le scritte sono solo in inglese, alla reception l'italiano è una seconda lingua e ci sono giovani di ogni nazionalità che guardano Chelsea-Benfica. Siamo capitati in uno di quei posti usati dai viaggiatori che girano da soli, e che lì incontrano altri viaggiatori. C'è la sala comune col bar, si possono ordinare bibite, birra e cocktail, ci sono computer connessi a Facebook, gente che usa Skype. È proprio il tipo di ostello che spero di trovare in uno dei miei prossimi viaggi! Alla reception ci riempiono di indicazioni pratiche su come spostarsi, cosa vedere e... dove andare a mangiare la pizza. Sulla strada vediamo diversi sacchetti di rifiuti ai bordi degli edifici. D'altra parte non ci sono quasi bidoni e i pochi sono stracolmi. Arriviamo in Via Medina, pizzeria "Solopizza". È un locale molto grande, anche se alle 23 è già vuoto... Non è poi così vero che i napoletani mangiano dalle 21.30 in poi! La pizza è ovviamente buonissima, e andiamo a dormire con un primo assaggio di Napoli nello stomaco.
Il pullman viaggia 300 chilometri a Sud, direzione Rovaniemi e Santa Claus Village. Finalmente vedo il paesaggio che all’andata era avvolto dal buio. Più o meno è lo stesso che in tutta la Lapponia, ma è sempre magico vedere gli alberi ricoperti della neve caduta questa notte e i laghi ora completamente bianchi. Alle 14 arriviamo a casa di Babbo Natale. È un villaggio di alcune case sparse in un’area abbastanza vasta. Su tutti i tetti delle casupole con tetto a forma piramidale ci sono almeno venti centimetri di neve. Avevo inizialmente l’impressione che fosse un centro commerciale mascherato da villaggio di Santa Claus, ora noto semplicemente che è mascherato bene. Ci sono dappertutto alberi di Natale innevati, bambini che slittano sul ghiaccio, canzoni come Jingle Bells soavemente riprodotte da altoparlanti nascosti in tronchi d’albero fittizi. Come prima tappa facciamo un giro alla fattoria degli husky. Possiamo vedere, accarezzare, osservare all’opera questi magnifici animali dalla pelle lucida e dagli occhi azzurri. Assistiamo addirittura ad una rissa tra i cani che trainavano una slitta, conclusa rapidamente con la cacciata di uno di questi. Alle 15 abbiamo l’appuntamento con Santa Claus. Vive nell’edificio centrale, un posto che dovrebbe assomigliare ad una grotta di folletti. È un vecchietto abbastanza arzillo dalla barba posticcia, si trova al piano superiore e accoglie gli ospiti. Si scambiano due parole, si fa la foto di rito, e infine ci saluta con un “oh-oh-oh, Merry Christmas!” La foto con Babbo Natale costa 6 euro. Al piano di sotto vendevano la letterina per 7. Sarà che non ho più l’età per apprezzare queste cose, ma preferisco passare gli ultimi 40 minuti in Lapponia tra i negozi di souvenir, alla ricerca di qualcosa di utile e non di stupidamente turistico, e tra i fiocchi che continuano a cadere sempre più intensamente, nonostante la neve non proprio perfetta (ci sono 1-2 gradi sopra lo zero). Ripartiamo alle 16.30, purtroppo non abbiamo il tempo di visitare Rovaniemi. Il treno si dirige verso Sud. Destinazione Helsinki.
Giornata a Sääriselkä. La maggior parte di noi ha prenotato il tour con gli husky, i leggendari cani che trainano le slitte. Il costo era di 105 euro e il giro durava due ore. Sì, dicevano che un’esperienza simile si può fare solo qui, ma non so perché l’idea non mi eccitava a tal punto. E poi non avrei saputo cosa fare nelle ore restanti. Sääriselkä è il classico resort turistico come potrebbero essere Sestriere o San Sicario. Cristina, che incontriamo là, sta già per fare sci di fondo e successivamente andrà in un centro di fitness. Così mi attengo alla prima idea, sci di discesa. Anche Heiko, Kasia (la group leader), Cristina (la messicana) vogliono sciare, mentre Diana e Pablo vogliono provare (per entrambi è la prima volta che vedono la neve). È aperta solo una pista ma è piuttosto lunga. I prezzi sono folli, ma non ci sono sconti per la scarsa apertura degli impianti. Siccome mi andava di sciare affitto comunque l’attrezzatura e acquisto lo skipass. Al primo giro facciamo una semplice discesa della pista. La prima parte è così poco pendente che il vento, fortissimo, ti ferma anche se scendi a uovo. La seconda parte è invece una gran pista con una neve perfetta. Una delle altre volte che scendiamo mi avventuro in neve fresca. Il manto bianco non ricopre affatto muschi, sassi, rami e tronchi. Benché la neve sia decisamente farinosa non ne vale affatto la pena. Finché sono in vena di esperimenti mi lancio sull’altra pista non battuta, per scoprire che è davvero pessima. Si alternano ghiaccio, neve crostosa e montagne di neve sparata. Così passo il resto del tempo con gli altri sull’unica pista aperta, provando salti e sfruttando l’illuminazione artificiale che diventa sempre più necessaria man mano che scendono le tenebre. Prima che si faccia buio scatto qualche foto del paesaggio della Lapponia dalla cima della collina. Finalmente anche gli alberi sono innevati, ed è una distesa infinita di piante bianche adagiate su colline o intorno a punti bianchi che probabilmente sono laghi. Ci pigliamo una cioccolata calda nel bar in cima alla seggiovia e torniamo al pullman. Al campeggio è inclusa la cena, carne di renna con purea, salsa di lingonberry (mirtillo rosso), e cetrioli. Il pasto è a buffet, così ci dò dentro giustificato dallo sport fatto. Sauna, niente aurora per il cielo nuvoloso, ci si riunisce nella cucina del campeggio attrezzata come sala comune e si va a dormire abbastanza tardi. Una giornata normale ci voleva.
Alle 8, come sempre avvolti dal buio, lasciamo il campeggio. Ci aspetta una giornata sempre più a Nord, fino in Norvegia. Faremo un giro dirigendoci a Est, arrivando al Mar Glaciale Artico, tornando da Ovest. Chissà se con questa strategia guadagneremo qualche minuto di luce! Il viaggio in pullman è abbastanza monotono. La gente parla poco e nelle proprie rispettive lingue. Siccome non capisco nulla di tedesco uso questo tempo per scrivere il diario. Ad un certo punto il bus rallenta di colpo. Butto un occhio a sinistra e intravvedo un animale che non è una renna. Di primo acchito, mi sembra un lupo. Ogni tanto comunque il pullman rallenta per non investire le renne che attraversano la strada. Quando è ancora buio passiamo vicino a Sevetijärvi, un lago completamente ghiacciato con a lato una scuola e una chiesa per la comunità di Skolt-Sami (più vicini alla Russia) più numerosa in Finlandia: 150 anime. Intorno a noi le tipiche foreste della tundra. Ci fermiamo a Näätämo, minuscolo villaggio al confine con la Norvegia, dove oltre a due case si trova un supermercato dove probabilmente vanno i norvegesi per i prezzi vantaggiosi. Abbiamo 40 minuti, così facciamo un giro per le foreste intorno e poi per le poche case dell’abitato. L’unica impressione che ho è che questi Sami non si facciano mancare nulla, viste le due auto di fronte a ogni casa. Ripartiamo e vediamo una recinzione al confine con la Norvegia. Non per gli esseri umani, ma per le renne, che non sono autorizzate ad attraversare il confine. Evidentemente i trattati di Schengen non valgono per queste povere bestiole, che sono anche sottoposte a tante tutele e tante leggi (il loro numero è tenuto stabile praticando eutanasia sugli esemplari più vecchi). Appena superato il confine, il paesaggio cambia, appartenendo probabilmente ad un bacino idrografico diverso. La tundra lascia il posto alla taiga, ai flessuosi fiumi che si dirigevano al lago Inari si sostituiscono impetuosi torrenti che non ghiacciano. Si vedono sempre più montagne, stagni ghiacciati, arbusti rinsecchiti. Non c’è più un pino.
Intorno a mezzogiorno vedo finalmente, per la prima volta della mia vita, il Mar Glaciale Artico. Si capisce che non è un lago dalle onde, che si infrangono regolarmente contro la spiaggia sassosa. Dopo un po’ di tornanti sulla costa scendiamo al villaggio di Bugøynes, dove passeremo un’ora. Sfruttiamo il poco tempo che abbiamo a disposizione facendo un veloce giro del villaggio. Le case del posto sono le tipiche abitazioni norvegesi, bianche e rosse con i tetti neri. Ci sono una chiesa e un cimitero, c’è un’insenatura pittoresca con barche da pesca appoggiate sul molo (in previsione del ghiaccio presumo). Di fronte a noi un’alba rossa e gialla non accenna a mostrare il sole. Essendo mezzogiorno, siamo già entrati ufficialmente nella zona della notte polare. Sabato 3 dicembre il sole non sorge a Bugøynes. Torno al bus e, mancando ancora 40 minuti alla partenza, mi preparo alla grande avventura: il bagno nel Mar Glaciale Artico. Prima mi riscaldo un po’ nella sauna ancora calda (dopo che l’hanno usata quelli del gruppo che ci ha preceduto), poi sfruttando il calore accumulato mi faccio coraggio, attraverso la spiaggia e mi tuffo tra le onde che si stanno frangendo sui ciottoli. L’acqua è pulitissima, la temperatura è accettabile, sembra più o meno come a Kuusijärvi. Non me lo aspettavo dall’Oceano più freddo del mondo. Mi immergo completamente, faccio qualche bracciata ed esco. Posso mettere un’altra x sulla lista delle cose da fare nella vita! Ritorno nella sauna e la sensazione di calore è qualcosa di fantastico. Successivamente usiamo il pullman come spogliatoio, mangiamo i panini che ci eravamo preparati, ripartiamo verso Ovest fino a raggiungere il confine finlandese. Se il paesaggio è più o meno lo stesso che abbiamo visto in precedenza, i colori del “tramonto” sono una cosa che non riesco a catturare con una foto. Una striscia verticale violetta è seguita da un blu, che a sua volta converge in un giallo brillante nella direzione del punto che indica l’Ovest, e quindi il tramonto. Se all’inizio era impegnativo trovare quel punto cardinale, e bisognava cercarlo pensando alla metà della striscia gialla, velocemente l’Ovest è l’unica parte del cielo da cui provenga ancora un po’ di luce. Le tenebre calano a gran velocità e presto non riusciamo più a vedere i golfi e le brulle distese della Lapponia norvegese. Intorno alle 14.30 è quasi completamente buio. Ritorniamo a sud risalendo il Tenojoki, fiume famoso per la pesca del salmone. Ogni anno vengono pescati 100000 kg del delizioso pesce rosa, dice la padrona del campeggio che ci fa anche da guida. Non appena superiamo il confine finlandese, ci fermiamo al villaggio di Nuorgam, il più a Nord dell’Unione Europea (pur avendo Schengen, la Norvegia non ne fa parte). Lì incontriamo di nuovo l’altro gruppo con i nostri amici. Non abbiamo tantissimo tempo per contarcela, ma ieri non hanno visto l’aurora boreale. Sono in cottage da 8 persone a 10 chilometri da Inari. Ripartono e ci diamo appuntamento per il giorno successivo, dove saremo entrambi a Saariselka. Una veloce pausa per supermercato e bagno e il nostro pullman riparte a sua volta. Direzione Sud stavolta. Viaggio al buio e poco significativo, l’unico comune che attraversiamo è quello di Utsjoki, l’unico dove la popolazione Sami supera quella finlandese.
Tornati nei cottage abbiamo un po’ di tempo per riposarci. Guardiamo le foto, ascoltiamo un po’ di musica, giochiamo a canasta. Alle 18.30 è il mio turno di cucinare, e mi dedico alla carbonara. Pochi minuti dopo che gli spaghetti hanno iniziato a cuocere nella pentola, Diana si rende conto di aver dimenticato la giacca sul pullman. Esce per correre dalla group leader, e rientra dopo un secondo. Ci dice di uscire subito. Il cielo fiorisce di verde, con punte rosse. È un’aurora intensissima, il giusto coronamento di una giornata che si è mantenuta limpidissima. Mantengo il controllo della cucina, e distribuisco la pasta quasi senza saltarla in padella. Ci precipitiamo fuori con i piatti fumanti di pasta alla carbonara in mano. E così inforchettiamo gli spaghetti con la testa rivolta verso l’alto. Le forme e i colori sono tutto meno che stabili, ed è un continuo sorgere e tramontare di creste e insenature. Ad un certo punto una lunghissima linea di rosso puro cinge l’orizzonte, e il colore generato dalle collisioni delle molecole di ossigeno con l’atmosfera si prende per un attimo la scena. Riesco finalmente, giocando con le opzioni del diaframma e della durata di apertura dell’obiettivo, a fotografare qualcosa che dà l’idea di cosa sia l’aurora. Per ottenere dei risultati buoni ci vuole un minuto, troppo per un’immagine sensata. In quel lasso di tempo lo spettacolo cambierebbe completamente. Il meglio si raggiunge quando diversi archi verdi si radunano dalla linea dell’orizzonte allo zenit, e lassù formano un’ellisse ripieno di stelle. Come tutti gli spettacoli indimenticabili l’aurora non è eterna, ma svanisce nel giro di 20 minuti. Passiamo il resto della serata a giocare con le macchine fotografiche, facendo nell’aria scritte e disegni con una pila che rimangono impressionate sulla pellicola digitale. Verso le 10 la nostra group leader riceve un messaggio dalla responsabile del campeggio. Se vogliamo andare, c’è un “wild party” in un Hotel. Incuriositi da cosa significhi un’espressione come questa in un posto come Inari, facciamo un salto là. Il prezzo di ingresso dovrebbe essere 10 euro, contrattiamo fino a 5. All’interno c’è una band di Rovaniemi che canta canzoni in finlandese, ma per esempio la scritta “vietato fumare” è in lingua Sami. C’è qualcosa di diverso dai locali di Helsinki, questo posto è più simile a una taverna. È carino comunque per una volta non sentire le solite canzoni da discoteca. Torniamo a casa alle 2 e andiamo a dormire con la buonanotte di una debole aurora nel cielo fitto di stelle.
Il turno notturno non è servito a nulla. Sono stato un’ora a guardare il cielo, ma dell’aurora boreale non c’è stata traccia. L’unica cosa che scendeva era una pioggerellina insopportabile che si accumulava sull’acqua, preparandosi a formare ghiaccio vivo al primo momento in cui la temperatura sarebbe scesa sotto zero. Alle 7, implacabile, squilla la sveglia. Quando scopro che la colazione è fino alle 8.30, pospongo l’allarme del cellulare di un’ora, senza riuscire in realtà davvero a dormire. Il pasto è abbastanza ricco: yogurt e cereali, porridge, marmellata, salame, formaggio e caffè. Mi siedo ad un tavolo dove una tedesca sostiene che a volte beve birra per colazione, e che questo le fa passare completamente l’hangover… Alle 9 ci dirigiamo alla fattoria delle renne. Sapendo che la temperatura scenderà nei giorni successivi, non uso i sottopantaloni e vesto “solo” 3 strati. Fuori è ancora buio, ma si inizia a vedere una traccia di luce. Non ci possiamo godere il panorama, ma il viaggio è breve e ci troviamo presto tra le renne. Iniziamo a dare loro qualcosa da mangiare, fino a che alle 10 improvvisamente tutto diventa bianco. Il bianco delle nubi che coprono completamente il cielo, della neve e del ghiaccio, di alcuni dei magnifici animali. Quelli che hanno prenotato il giro con la slitta vengono portati intorno alla fattoria; agli altri viene mostrato come si fanno a catturare i membri del branco con il lazo. Ci viene detto che la bontà della carne di renna deriva dai funghi che le bestiole mangiano durante la loro vita. Io mi scaldo intorno ad un fuoco, e vengo seguito a ruota da molti degli altri, che si raccolgono intorno all’unica fonte di calore disponibile, finché ci fanno entrare in una capanna conica, tipica abitazione Sami. Ci offrono tè e caffè in alcune coppe di legno fatte a mano. Ci spiegano che la comunità Sami è in realtà divisa in 3 parti che parlano lingue diverse. Quelli di Inari parlano un linguaggio simile al finlandese, ma gli altri si esprimono attraverso lingue affini allo svedese e al russo. La madre del ragazzo che ci sta spiegando ciò canta alcune canzoni tradizionali. Il figlio aggiunge che, tra le popolazioni indigene, i Sami sono tra i più fortunati. La loro lingua è accettata dallo Stato finlandese come ufficiale ed è insegnata nelle scuole della Lapponia. Addirittura l’università di Oulu organizza alcuni corsi in Sami. La loro comunità si mantiene allevando renne, per quanto abbia perso le tradizioni nomadi e stanzi in case dotate di tutte le comodità tecnologiche. I tipici vestiti colorati sono usati solo in occasioni speciali o per i turisti.
Torniamo a Inari godendoci tutta la magnifica luce, che in realtà è piatta e lattiginosa, ma a noi sembra derivare direttamente dal creatore. Sulla strada ci destreggiamo tra le colline più o meno ripide ricoperte da pinete. Tra una cosa e l’altra queste sono le prime cose che posso chiamare alture che vedo in Finlandia. Arrivati al campeggio per prima cosa esploriamo la zona del molo, che illuminata è completamente diversa. Il ghiaccio sembra stabile, così muoviamo alcuni passi, inizialmente incerti e via via più sicuri. Passiamo il poco tempo durante il quale si può vedere qualcosa girando nei boschi davvero poco innevati, camminando intorno al lago, avventurandoci sulle punte dei moli, lanciandoci palle di neve. Appena imbrunisce entriamo nel museo Siida. È dedicato al popolo Sami ed è veramente organizzato bene. Prima di incominciare mi lancio su una pizza alla carne di renna affumicata (dove sennò?). Tutti i pannelli sono in 3 lingue. Lo svedese è però sostituito dalla lingua autoctona, che a me sembra un dialetto del finlandese. Non ci sono troppe differenze, a parte una strana lettera, una via di mezzo tra una d e una t, che non ho idea di come si pronunci. Il museo parte dalla Preistoria arrivando a descrivere il presente e la perfetta combinazione di antico e moderno, tradizionale e contaminato che il popolo Sami è riuscito a raggiungere. A volte con risultati un po’ strani, come in una foto dove una macchina è parcheggiata all’interno di una tipica capanna. Hanno perso le loro tradizioni religiose dal XVII secolo, convertendosi al cristianesimo cattolico e ortodosso. In effetti a Inari c’è una chiesa costruita da missionari svedesi. Ricostruzioni tridimensionali ed esibizioni temporanee completano il museo. È considerato, mi pare a ragione, il settimo migliore della Finlandia, e forma una rete con altri musei in Svezia e Norvegia per preservare la cultura Sami. Il tutto sarà coordinato dal parlamento che hanno appena finito di costruire a Inari. È un edificio modernissimo, le cui forme però ricordano vagamente i ceppi e le assi della capanna conica. Tornato a casa mi prendo una pausa, dormicchiando fino al momento di mangiare. Diana ha preparato una specie di piatto costaricano, con patate, carote, carne e uova. Io mi occupo di riscaldare un formaggio gommoso finlandese, da mangiare insieme ad una salsa di bacche. Non male. Alle 20 viene il momento della sauna mista, nella quale mi fiondo dopo esserci arrivato camminando nella neve appena caduta in accappatoio e infradito. Finalmente non si scivola ad ogni passo! Iniziamo a gettare acqua sulle rocce roventi finché… dopo mezz’ora di sauna arriva il primo avviso… ci sono delle luci verdi dietro le nuvole!!!
Mi fiondo di nuovo nella sauna per accumulare il massimo calore possibile. Nel giro di 10 minuti ci chiamano. “Now it’s spectacular”. E così in mutande, a -1 °C, camminando sulla neve appena caduta assisto ad una delle immagini più spettacolari della mia vita. Una lunghissima striscia verde regna nel cielo. Da essa si staccano a tratti nubi elettriche, che si dissolvono o spariscono sotto l’orizzonte. I Sami credevano che fosse una volpe che sollevava una specie di neve agitando la coda. Dietro questa luce smeraldina brillano le stelle, e di fronte a noi il lago di Inari si stende in un’infinita distesa di ghiaccio, trafitto dai resti degli atomi che, scagliati dal sole, sono esplosi nell’atmosfera. (Questa non è una spiegazione scientifica!) Non si può che restare spiazzati di fronte a tale sinfonia della natura, che fa sembrare la IX di Beethoven dall’ingegno simile a quello dei castori che costruiscono una diga con dei ramoscelli spezzettati caduti da un albero. Appagato per la serata, torno nella sauna a scaldarmi di nuovo, e rotolarmi nella neve subito dopo. Andiamo a dormire intorno alle 2, non prima di aver invitato un po’ di gente nel nostro appartamento ed esserci bevuti qualche tazza di Glögi.


